lunedì 28 giugno 2010

Giorgio Marianetti: Affettuoso ricordo di un atipico puttaniere







Giorgio Marianetti

AFFETTUOSO RICORDO A LUCI ROSSE DI MAURO PUNTONI

Caro Claudio, ho letto la tua dedica a Mauro Puntoni (riferimento a "In morte di Mauro Puntoni", 23.VI.2010, NdR). Mi ha fatto piacere leggerla. Ho seguito Mauro come medico fino al suo trasferimento alla Casa di riposo di Cascina. Un atto indispensabile, voluto fortemente dalla mamma Metella poco prima di morire. Però stava bene laggiu', quasi una seconda famiglia, con la sua cameretta, la sua immancabile televisione sempre accesa, con il suo Pisa, e senza le sue sigarette (l'avevo fatto smettere già da alcuni anni non senza difficolta). L'andavo a trovare quando passavo in zona per il mio lavoro e avevo parlato anche con il suo nuovo dottore, e anche lui mi aveva assicurato che stava bene. Poi ha cominciato ad avvertire alcuni malesseri, fu scoperta un'anemia, di lì accertamenti che misero in evidenza sembra una neoplasia. Poi il tracollo e la morte.

E’ stato a suo modo un personaggio. Voglio ricordarti una sua “passata”*. Una sera l'accompagnammo da una prostituta, a Pisa, e lui al solito chiese quanto e lei rispose "cinque" (mila), ma siccome a Viareggio Mauro era abituato a pagare "dieci" (mila), rimase disorientato e disse: dieci no?  

Passata*, in vernacolo vecchianese una situazione comica, una battuta inverosimile, sia compiuta in modo razionale che beffardamete subita (ndr)



  

lunedì 7 giugno 2010

Claudio Di Scalzo detto Accio: In morte di Mauro Puntoni

                                             
 
                                                       Malevic - Quadrato nero - 1915


                                                  IN MORTE DI MAURO PUNTONI

Due giorni fa, con un messaggio su Facebook, avendomi letto sul Weblog “Vecchiano un paese”, un mio compaesano, Mariano Nencini, e intanto sono passati quaranta anni, mi ha scritto un biglietto: “Caro Accio, credo tu sia l’Accio che conobbi alla Pergola, sono Mariano, ti saluto e ti do purtroppo una triste notizia: il Puntoni è morto.
Giovanissimo, facevo i primi anni di Ragioneria a Pisa, e prima di conoscere il Pazzo, bighellonavo in un bar di Vecchiano: La Pergola. Aveva ed ha un glicine che proteggeva in estate i tavolini. Con le prime sedie all’americana dove potevi stare come un papa perché cilindriche e variopinte. Qui la sera appariva il Puntoni. Mauro Puntoni. Un ragazzone alto, corpulento, fasciato in una camicetta troppo piccola. Che parlando a scatti diceva: Passami una sigaretta. Dai! Passami una sigaretta. Che poi veniva fumata tenendola sul suo faccione con minuzia, stretta tra l’indice e il pollice fino al filtro. Fumava come ci si aspettava che facesse l’attore in certe comiche in bianco e nero prima di scivolare sulla classica banana. Il Puntoni, arrivando da Piazza Garibaldi e in avvicinamento alla combriccola amicale, era salutato con richiami e qualche fischio e lui si dondolava con passo incredibilmente felpato per la sua mole: Che si dice, ragazzi, che si dice! Passami una sigaretta! Stasera andiamo a vivere! Eh! Vado dalla mia bella. Aveva una ragazza il Puntoni? Sì e no. E credo che Mariano Nencini sappia qualcosa in più di quanto so e ricordo io. Il Puntoni, o “Maurino”, aveva in questi amici, a volte eccessivamente scherzosi, un punto di riferimento sicuro, che lo faceva vivere allegro e spensierato quanto l’allegria e spensieratezza consentiva a un giovanotto con qualche rotella in meno. Viveva la giovinezza, oltre la protezione asfissiante di genitori preoccupati. Prima che arrivassero le ASL con i medici annoiati e le loro note incomprensibili sul disagio mentale, prima del politicamente corretto che magari ti consegna a una solitudine infernale. Il gruppo in cui ero capitato aveva inventato, invece, un’originale cura psicologica per far “vivere” bene il Puntoni. Mariano Nencini era uno di questi “medici”. Scanzonato portava in giro il Puntoni, a Torrre del lago, anche a Viareggio. Che altrimenti non avrebbe mai visto! Non so come, non lo ricordo, ma qualcuno, deve aver pensato che era tempo di far conoscere al Puntoni la sessualità. La prassi. Ne parlava a scatti, con confusi riferimenti, lo chiedeva con circonvoluzioni d’immagini a volte oscure, che denotavano anche una chiara sofferenza a non aver mai assaggiato la nicchia, la topa, la passera. Rapida colletta, salto a Viareggio, la più bona e costosa, per la bisogna, putttana in circolazione, e il gioco era fatto. Debitamente istruita la puttana fu dolce, comprensiva a sobbarcarsi quel corpaccione accaldato e tremolante, e fece un’opera veramente dolce e sublime.
Però Mauro Puntoni s’innamorò. Forse era da prevederlo. E non della passera e basta!, no, della donna, di quegli occhi dolci, di quella voce, di quel profumo, di quel viale, di quell’appartamento, fino allo zerbino tanto fine, al campanello dal suono melodioso, fino ai cinque minuti regalati, a lui, Mauro, per fumare una sigaretta, bere una bibita da un frigo assolutamente moderno. E ora come tenercelo lontano? Bisognava portarcelo ancora e ancora e ancora? E fare altre collette o sviarlo? E se partiva a piedi? E se chiedeva il passaggio a dei malintenzionati? Non tutti, fuori da Vecchiano, lo conoscevano e lo “accudivano”.
Non so come sia andato a finire l’amore di Mauro Puntoni. A breve mi trasferii in un altro bar. Nel paese vicino. Nodica. Dove trovavo Il Pazzo. Per raggiungere, insieme, la Capannina di Franceschi o la Bussola, e lì Puntoni non l’avrei certamente trovato. Non l’avrebbero nemmeno fatto entrare! Me lo racconterà casomai Mariano, il proseguo. Ricordo però che da quando si diffuse notizia della passione amorosa del Puntoni, tanti paesani presi dal caos emotivo e pulsionale per un amore dove il punto di vista implicava trasformare Dulcinea in una Dama, venivano battezzati come “maurini”, è un “maurino”, dicevano sarcastici. E tutti capivano. Il fondatore, intanto, del neologismo continuava a raggiungere la pergola, il glicine, e chissa come cadeva, il fiore, sulla sua testa a cucuzzolo, quando ne scoteva i rami fingendosi arrabbiato contro tutti.

Il Puntoni è morto in un centro per anziani. Solo. I suoi genitori da tempo non c’erano più. E neppure la combriccola della pergola, a renderlo personaggio nelle sere estive: guardando verso Viareggio. Al Puntoni, per il lutto, lascio un glicine sul quadro di Kasimir Malevich, tutto nero. Una lapide meno anonima di quella che gli avranno frettolosamente scolpito. Dal suo lontano amico Accio. E ringrazio Mariano Nencini, di avermi dato l’occasione di ricordare un paesano. Stamani all’alba.


                                   Claudio Di Scalzo detto Accio 


                               




  

martedì 25 maggio 2010

Piero Chicca: Un mangiá fa bon'all'òcchi. Post scriptum di Accio



                                                     Marina di Vecchiano "Il bambino a giugno"



                                    DIALOGO EDUCATIVO SULLA VISTA E LA PANCIA

-Un mangi?, ti fa bono all'occhi.
-Come vòr di'?, o ma'.
-Vòr di così: è mangiato?
-No.
-E quer che tu avi nner piatto lo vedi sempre?
-Sì.
-Ecco, ti sè' sarvato ll'òcchi.
-Perché?
-Perché se avi mangiato, quer che era nner piatto òra un lo vedevi più.


Lo stesso vale, caro 'r mi' Claudio, per quelle vive immagini che ti manda Bruno della Baldinacca, che quando un Moloch di nome Parco Commerciale avrà 'ngollato il nostro bel paesaggio, non le vedrai più.
Non vedere più una fotografia è triste, ma è un male relativo; il male oggettivo è che non troverai più i posti dove crescevamo.
Una sera o l'altra, quando il tuo ritorno autostradale sboccherà nei tuoi posti - quelli della tua gioventù, che ricordi con nostalgia - non ti saluterà più un tramonto sulla macchia; andrai a sbattere in un Vaticano (qui uguale per falsità con rincaro di dogmatico consumismo) e entrerai in un grovigliolo di svincoli senza bandolo dove serve il moccolo per trovare la via di casa.
Comunque a Vecchiano la cecità ha già colpito e non fa più paura, dunque il piatto non si respinge e ci s'accinge al mangio.
                              Tutto per il ventre, per lo spirito niente.
                                                                                           Piero Chicca



                       I Cavalieri dell'Ideale che non servono più  e l'importanza della bietola

Il mio amico Piero Chicca, che a Vecchiano abita a dieci metri da casa mia, in Via della Chiesa, e anche le nostre mamme sono amiche: la Lina e la Nada (un romanzo sentirle chiacchierare), “racconta” affidandosi ad un apologo scritto in vecchianese, all'incisiva lingua dei padri, l’arrivo dell’IKEA e di un centro commerciale a Pisa Nord, in zona pre-parco, dove ora c’è la macchia e i campi di girasole. E dove noi siamo cresciuti raggiungendo il mare o il lago di Puccini. Il suo dialogo è venato di malinconia, ma anche dal virile riconoscere che non è più tempo di “Cavalieri dell’ideale”. Come siamo, in fin dei conti, io e lui, e Bruno della Baldinacca.
Questi amici abbraccio da qui - anche perché a maggio grande è in me la nostalgia della mia terra - e mi firmo con il soprannome che, ancora, chiunque lo usi in via indipendenza numero 9 a Vecchiano, può avere  un piatto di pasta senza pagallo, o un libro da leggere, o un orlo di pantaloni ben fatto da una sarta di talento… E questo viatico dato da un soprannome, caro Piero, non possono capirlo, come funziona, scrittori e poeti di oggi, allevati a miscela*, tanto simili nel commerciare parole ai centri commerciali. Quando tornavo a Pasqua, da Vecchiano, nuovamente in questa valle alpina, avevo nel bagagliaio la bietola di Bruno, che mi aveva lasciato davanti all'uscio con tenerezza amicale, senza nemmeno sonà il campanello, e sapevo che se ero uno scrittore, era perché sapevo del valore di quelle bietole - E ora basta sennò divento sdolcinato e non è da noi…
  
                                                                 Accio figlio di Lalo



Da piccoli, a Vecchiano, i bambini allevati a miscela erano come i polli di batteria. Che appunto venivano cresciuti con un miscuglio industriale. Al chiuso. Poi c'erano i monelli che crescevano come polli liberi di stare in giro nei prati e nei cortili. Che il cibo se lo cercavano da soli.  Accio non è stato cresciuto a miscela, non ha mai conosciuto la gabbia, nemmeno da grande. Se i Centri commerciali crescono facilmente nei parchi è perché ormai tutti i bambini crescono a miscela.

  

Giorgio Marianetti: Sulla scia della biciclettata nel parco con aneddoto su Cardanata



                                                 Parco - Girotondo attorno alla quercia centenaria


Caro Claudio... c'ero anch'io alla biciclettata organizzata dal maggio migliarinese insieme a mia moglie e mia figlia. una bella giornata vissuta in allegria e serenita'. c'erano anche diversi vecchianesi come avrai visto, anche pardini colombo con moglie, figlio di quel mazzini , figlio a sua volta di quel cardanata grande vecchianese e grande cultore della lotta greco romana ( famoso quel racconto, nel solito bar vecchianese, di un sua gara, non so' dove, pare una gara nazionale. Bene cardanata descriveva le fasi della lotta e uno che ascoltava gli disse: ma non lo facesti ponte. e lui rispose : lo feci si ma era di sagginali!!. bene pero' parliamo di cose piu' serie; almeno io non sono andato alla biciclettata per dire NO a IKEA. sull'argomento necessitano ancora diversi dibattiti. il problema è che ancora nessuno ha la verita'. personalmente in quella zona, un centro commerciale adeguato con o senza ikea, non starebbe male. non vedo altri sbocchi, a parte i girasoli. il privato porterebbe liquido necessario alle infrastrutture che sono indispensabili con o senza il centro commerciale. la giunta comunale è divisa e quindi non sa che pesci prendere . credo che aspetti la fine della legislatura che sarà a breve, per spostare la patata bollente ad altri. quindi come vedi gli argomenti ci sono per non annoiarci alla cena che faremo si potrebbe fare nel nostro casotto sul lago di massaciuccoli. non sarebbe una brutta idea .vedremo. ti saluto

                                                               Giorgio Marianetti



   

venerdì 21 maggio 2010

Claudio Di Scalzo Accio: Testacoda vecchianese. E omaggio a Paolo Fatticcioni detto Il Pazzo




                                     
                                                           Cds, "Core manipolino", 1975



       TESTACODA VECCHIANESE

Core manipolino che si testacoda in canto sì nero aspro per luccicante rotta negli amati segni del fumetto. In tenebre a maggio future appari. Viènghino a piglià moglie. Sai di sognomio che non s’avvera in mimosa sfondo sopra bocca rossa d’uovo. Sua. Bua. Quand’ero ‘nn’ Amerìa. Conduci farfallo tremito della bestia mentre mento nel final disfacimento peloso. Infima preda nell’insorta quiete. Provà per crede. Core manipolino. Giallo d’orinale. Funere notizia di chi recita poiché infranse il mondo. Ciarliere mani avvinte nella cera dei fianchi e sonno quieto provai nel prendere il largo dal foglio dipinto. Me ne riviensi presto. Duv’era meglio. Odor di giovinezza avvampo e l’origine gioconda dono. Core manipolino. L’amoroso latte cagliato del discorso bevo. Spargo. Instupidisco. Baratto. Nell’inghirlandata primavera sentiero spinoso d’immagine nell’occhio premo. Fate ì ‘onti con me. Erin leccate. E voi mi promettete sguardi e letture. Insidia da libro con passione questo roso decorso: nomino l’amor mio né fra vivi né fra i morti : inferto sospiro in sospetta consolazione : fantasma mutilato : giglio adagiato nell’aura dell’eros : incontaminato : d’illusione : poesia per te : sfiorita musica nell’ora del distacco : menzogna sincera : indocile sull’orlo della bestia mesta : colle lische un cor mio ‘osì un l’avevo ancor visto : cupo muscolo dell’io in brodo stà bono : sei centro in ogni punto e cerchio occhio mai socchiuso : mamai dorcevita vecchianese : (allora avevo ventanni e parlanne cenere spargo bruttoadissi nel mi' stesso foo interiore) : in rete

 Claudio Di Scalzo detto Accio  



Paolo Fatticcioni detto Il Pazzo, è morto nel 2005. Era il mio compagno di avventura nelle sale da ballo versiliesi negli anni Settanta. Abbiamo avuto in sorte di amare l'utopia della rivoluzione e le belle donne alla Bussola di Viareggio mentre Mina cantava. Nella rivista Tellus che ho diretto fino al numero trenta, prima che chiudesse il suo ciclo, (dicembre 2009) ho parlato della sua vita di barbiere inventivo nel taglio e negli amori e nella caccia solitaria di frodo. Prima o poi scriverò su di lui una storia lunga su carta stampata. Devo farlo anche per mio padre. Intanto il suo "romanzo", che in parte è anche il mio, compare e comparirà on line. Quando ne ho voglia di scriverci, quando penso ai miei morti, quando qualche fantasma mi muove a mettere in luce quanto sta nell’ombra. Ho ancora un certo talento per questo. Lo userò per avere su di me lo sguardo benevolo di chi mi ha amato. E che mi ha preso e amato per come ero. (Accio)


  

sabato 8 maggio 2010

Francesco Giuseppe Bertelli detto “Cecco" anarchico di Vecchiano

  


Cds, "Cecco Bertelli", disegno su carta, 1989


                                                      L'ANARCHICO DI VECCHIANO

Francesco Giuseppe Bertelli nacque a Vecchiano il 1° febbraio del 1836, quando la torre ghibellina del paese, riconvertita in campanile della chiesa, guardava come oggi verso la pineta e poi al mare, ma ampi erano gli acquitrini e le zone paludose in questa parte della valle del Serchio, vista da lassù. Cecco più che il paesaggio fissava il sole repubblicano e sociale del proletariato. Presto la sua vocazione risorgimentale divenne anarchica e confidò di raggiungere la Comune di Parigi nel 1871 per mischiare il suo vernacolo vecchianese con quello del proletariato parigino. Tanto, una camiciola rossa e un berretto su una divisa di soldato del proletariato, facevano intendere ciascuno lì accorso. Ritornato al paese viene incarcerato ma non demorde e scopre nella poesia, in certi versi accesi e di protesta, una vena che vale quanto una ribellione insurrezionale. Ne pubblichiamo alcuni. Il personaggio proletario più illustre di Vecchiano ha oggi una sua via nel paese, anche per l’impegno di Piero Chicca che ne ha ricostruito le vicende. Chicca, che lavorava all’anagrafe del Comune, districandosi fra cenni biografici, date in vita e in morte e luoghi che mutano a seconda dei vissuti che ospitano, ha curato pregevoli antologie sui modi di dire vecchianesi e financo sui soprannomi e racconti sui personaggi di Vecchiano.
L'anarchico vecchianese compare anche nel prezioso libro di Franco Bertolucci. Anarchismo e lotte sociali a Pisa 1871-1901, Dalla nascita dell'Internazionale alla camera del Lavoro edito dalla Biblioteca Franco Serantini di Pisa nel 1988.


                                   LA RIBELLIONE DELL'ANARCHICO CECCO BERTELLI 

Francesco Giuseppe Bertelli nasce a Vecchiano (Pisa) il 1° febbraio del 1836. Volontario nella Terza Guerra d’Indipendenza (1866). Tenente garibaldino a Mentana (1867). Segue Garibaldi in Francia nella guerra Franco-Prussiana.
Dopo gli eventi della Comune di Parigi torna a Vecchiano (1871).
A Vecchiano promuove la costituzione dell’Unione Democratica Sociale. Sempre sorvegliato dalla polizia viene ripetutamente arrestato per la sua propaganda definita “sovversiva”. Nel 1875 viene incarcerato perché sorpreso a distribuire copie di una sua poesia contro la pena di morte.
L’esperienza francese e gli echi della tragedia dei comunardi lo tocca profondamente e a testimonianza di ciò scrive una celebre poesia dal titolo “Esame d’ammissione del volontario alla Comune di Parigi” della quale resta nella memoria locale vecchianese una libera riduzione dal titolo “Dimmi bel giovane”: «Dimmi bel giovine/ onesto e biondo/ dimmi tuo dio tua patria qual è/ Adoro il popolo/ mia patria è il mondo/ il pensier libero è la mia fe’/ (…)».
Scrive numerose altre poesie in parte perdute.

(Dal Dizionario bibliografico degli anarchici pisani. AA.VV., Edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa 2003)

Questo per la storia ufficiale del movimento operaio: uno delle migliaia di libertari perseguitati, sbandati e dispersi, ai quali resta associato un pen-siero romantico. Ma a Vecchiano Cecco Bertelli che per le sue doti poetiche venne definito dall’amico maestro Valapini, preso da slancio incontenibile “Il cigno del Serchio”, fu simbolo di rivolta, con variabile purezza alata, e stimolo a pensieri di aperta ribellione. Poi divenne un mito. In seguito e più prosaicamente fonte d’aneddoti... Poi più niente.
Fin da ragazzo rinunciò alla scuola «fatta per deferenza al re e alla chiesa e che ammaestra solo ad avvincar la schiena»; e preferì seguire il mestiere del padre, il fabbro-maniscalco. Figura esile e delicata, quasi un dispetto all’immagine solita dei fabbri con braccia come tronchi d’albero, «addomesticava il ferro» e divorava libri. Se c’erano occasioni di propagandare la sua fede non ne perdeva una, se non c’erano le creava. Al passaggio di una processione religiosa, fingendo di litigare col padre, sparpagliò fuori della bottega tutti gli arnesi e si mise a lavorare in mezzo alla strada. La processione poté passare solo dopo l’arresto del “satanasso”, ma nel frattempo si era sfollata e ridotta a uno sparuto codazzo di volenterose beghine. Il gesto gli costò cento giorni di galera. Per tutto questo tempo il prete lo trassinò dal pulpito e Cecco meditò di fargliela pagare alla prima occasione. Un giorno che lo vide arrivare, arroventò un palancone, lo gettò in mezzo alla strada e si nascose dietro l’uscio di bottega ad osservare la scena. Quando il prete vide la moneta si guardò intorno furtivo e la raccolse, ma subito la lasciò col palmo della mano abbrustolito. Cecco spalancò la porta e gli lanciò una delle sue sarcastiche quartine che poi trascrisse e affisse a un platano in piazza. Una notte, a Pisa, di ritorno da un convegno segreto incontrò una ronda di carabinieri che gli chiese conto del suo vagare notturno.
«Vengo da una riunione di libertari», disse stringendo il manubrio della bicicletta, a voce alta.
«Di libertari? Ah, complimenti! E c’era per caso anche un certo Francesco Bertelli?» chiese l’uniforme impettita.
«Quando c’ero c’era», rispose Cecco sogghignando.

Questo era il Cecco degli aneddoti, ma Francesco Bertelli fu soprattutto uomo di profonda fede libertaria. Sempre in prima linea, sempre vocato all’impegno politico a favore del proletariato e di conseguenza sempre tormentato e preso di mira dalle “autorità”, sia che andasse in bicicletta col buio o che scrivesse versi parodistici o che facesse circolare qualche giornale sgradito ai potenti del luogo. Generoso fino a privarsi dell’essenziale per aiutare il prossimo anche senza esserne richiesto e magari affidandosi all’anonimato.
Sulla sua solidarietà, poi, per chiunque si battesse per la giustizia e per il lavoro ognuno ci poteva contare come sulle lancette dell’orologio che girano senza tentennamenti. Nell’anno 1900 organizzò un raduno di superstiti garibaldini che in divisa e in cospicuo numero (pare oltre sessanta) vennero a Vecchiano a deporre una corona alla lapide di Antonio Fratti ascoltando l’Inno di Garibaldi e la Marsigliese. Durante la manifestazione Cecco raccolse offerte per le famiglie dei caduti garibaldini.
Sentendo insopportabile lo scherno dei maggiorenti di Vecchiano, perbenisti e benpensanti, e indigeribile la scomunica del prete, sfidò questi e quello a un pubblico tenzone sulla piazza del paese. Naturalmente nessuno raccolse la sfida, ma lui tenne ugualmente la sua invettiva con un surreale dialogo con la statua di Garibaldi. Rivolgendosi al suo generale lo chiamava “Mondo”, “Tuttoté”, “Leone”. E come un leone feroce ma maestoso lo esortava a scendere dal piedistallo e a «disperdere iene e sciacalli», «adoratori del denaro», «conculcatori dei diritti di libertà e di uguaglianza», per liberare l’umanità dai «malefici ministri delle tenebre e della superstizione», tanto ottusi e calcolatori da esser diventati dei «traditori di Cristo per aver più a cuore piaceri mondani e ricchezze». Le parole di Cecco in questo dialogo con la statua, tramandato negli anni dalle veglie attorno ai camini, avevano qualcosa di parossistico nel loro esaltato candore.
Definì il clero reazionario come «vermi roditori delle coscienze giovanili» usando proprio le stesse parole del condottiero dei due mondi, tanto le sapeva a memoria, e terminò con esortazioni rauche e ultimative: «Smurati Beppe! scendi! ciriènno! ci rivoi! ma questa volta alla larga dai Savoia!».
Però lasciando la piazza alzò un braccio e senza voltarsi salutò Garibaldi con un ironico «Addio libeccio» e a capo chino s’allontanò fra gli applausi della folla. Solo il suo amico maestro capì il saluto e la sua rassegnata mestizia. A Vecchiano si dice che il libeccio dura tre giorni e lascia il tempo che trova. Così anche i suoi infuocati richiami sarebbero passati senza lasciare troppa traccia.
Cecco non ebbe figlioli e restò vedovo a sessantaquattro anni. Mia nonna, sua pronipote (figlia della nipote Argentina) lo accudì fino alla morte, diventò la sua pupilla e restò depositaria della sua volontà di essere “bruciato” dopo morto. Ricordava vagamente una rima incompleta che diceva più o meno così: «O falso tenebroso tempio/ Morir si mòre tutti non se n’esce/ Ma quel che più mi dòle e mi rincresce/ È di finir nelle laide lezze mani/ di Bibe e di Tabesce».
La pronipote si adoperò perché il desiderio dell’uomo fosse rispettato e non avvenisse come per Garibaldi. Ma i compagni anarchici pisani anch’essi depositari della medesima volontà già avevano tutto predisposto.
La maggior parte delle notizie (frammentarie e forse in parte anche imprecise) sullo Zi’ Cecco le ho apprese proprio da mia nonna. Mi raccontava che da bambina ebbe in dono dallo zio la divisa garibaldina che lei conservò con cura nella “carbonina” finché un giorno, nel ventennio, qualcuno si adoprò perché scomparisse e lei non seppe mai darsene pace. Io ho cercato di rintracciare questa laica reliquia seguendo le memorie della parente. Sono quasi arrivato a riaverla fra le mani per depositarla sulle radici del ceppo familiare, ma poi è svanita ancora.
Cecco se n’andò una gemente mattinata d’ottobre del 1919. Il suo amico Valapini volle in seguito credere che la Grande Uguagliatrice facesse un nobile gesto di riguardo verso il fiero libertario evitandogli di vivere una trista stagione, che andava annunciandosi, di offese e distruzioni verso l’Ideale.

                                                                       Piero Chicca


                                                                           ***

Questi due sonetti del caro Bertelli, a parte il concetto che non tutti potrebbero approvare, per la loro ispirazione poetica valgono molto. E, anche oggi, tanti scribacchini del verso invidierebbero l’estro che natura aveva elargito a questo Cigno del Serchio. Maestro Valapini


A Giosue Carducci

Nel rovistare il “Satana” ti vidi
Sull’ali del saper genio raggiante,
Con la vindice spada saettante
Rader la testa a Giove e suoi più fidi.
Or non comprendo se tu piangi o ridi,
Ora pigmeo mi sembri, ora gigante;
Ma non creder mia mente delirante
Da non scernere il polo, ove ti assidi.
Quant’eri bello nella tua “Versaglia”,
Allorché, in vetta all’eliconio monte,
Fulminavi la nobile canaglia!
Or ti ravviso, qual Gemin bifronte,
Ora vulcano, che vestito in maglia,
Tenti sanar le piaghe del Piemonte.


A Felice Cavallotti

Quante illusioni e quanti disinganni
Nel breve corso della vita mia!
Del mio passato i lacerati panni
Rimpiango, amando l’umana genìa.
Se i vostri avessi o del Carducci i vanni.
Nuova impiantar vorrei filosofia…
E scettri e mitre dagli odiosi scanni
Travolgere con epica armonia…
E dai giacigli l’avvilita plebe
Destar vorrei con modo, non leggiadro
Ma animare vorrei perfin le glebe.
E di Proudhon, delucidando il quadro.
Io vorrei dire in questa iniqua Tebe:
O suda il pane, o alla lanterna, ladro!

(La vita di Cecco Bertelli, per chi la vole intende, è questa. La poesia l’arricchisce di molto ma a brillare più della letteratura è la fede nell’uguaglianza. Piero Chicca)



                                        UN VECCHIANESE ALLA COMUNE DI PARIGI

Di Francesco Giuseppe Bertelli nato a Vecchiano il primo febbraio del 1836, e detto “Cecco” dai paesani, rimane traccia nel Dizionario bibliografico degli anarchici pisani - che ha compilato la Biblioteca Franco Serantini di Pisa – e in una via del paese dove nacque e morì che porta il suo nome e che va verso la campagna. Chi fu dedito alle storie di paesani, che contrastarono il re sabaudo e i suoi carabinieri pronti a sparare contro gli scioperanti, ha trasmesso alcuni aneddoti sulla sua vita di tenente garibaldino a Mentana e al seguito di Garibaldi in terra di Francia nella guerra Franco-prussiana e successivamente come difensore della Comune di Parigi. Cecco il suo governo lo incarcerò, perché organizzatore di circoli operai e diffusore di volantini contro la pena di morte. Muore in una silenziosa mattina di marzo del 1919. Il gran freddo attanagliava gli argini del Serchio con una fitta nebbia e gli alberi di piazza Garibaldi erano stecchiti. Tre anni dopo, alle notizie che venivano da Roma dove il capo dei fascisti Benito Mussolini aveva ricevuto l’incarico di capo del governo con la sua marcia squadrista, in molti commentarono: «Meglio che Cecco sia morto prima di vedere quegli assassini al governo dell’Italia». Cecco fu anche poeta traendo a sé, come molti allora nel movimento anarchico, la vena del primo Carducci che se la prendeva con i preti e i re. Le sue poesie sono andate per lo più disperse. Qui ci preme ricordarne una dedicata a Pio IX, che per quelli come Cecco altro non era che un papa impiccatore di garibaldini e di patrioti. (Claudio Di Scalzo, 2006 discalzo@alice.it )


A Pio IX

Nato al delitto de’ tiranni in seno
Visse e regnò, della natura a scherno;
Alle fonti dell’odio ogni veleno
Bevve per farsi cittadin d’averno.

Dalle umane virtù fu sempre alieno,
Patteggiò con l’infamia in modo laterno
Poi, nell’età decrepida, il baleno
Della morte lo pinse nell’inferno.

Nella più tetra e ognivome caverna
Che la chiamano albergo del dolore,
L’imperterrito re, che mal governa,
Lo piombò, saettando, con furore...
E con le zanne, dove Giuda averna,
Gli squarciò il petto e si cibò del core.


Piero Chicca (Vecchiano, 1946). Vive e lavora a Vecchiano. Ha pubblicato Il mondo del mamai, Felici Editore 1999; Almadoc, centosessant’anni di cronaca vecchianese, Felici Editore, 2000; Lo Scrocci, Biblioteca Franco Serantini, 2001. Su Tellus n. 20, “Metafore locali, la cultura dell'autonomia”, assieme a Claudio Di Scalzo, ha pubblicato un “Elenco alfabetico di celebri soprannomi di provincia”.

Biblioteca Franco Serantini - Largo Concetto Marchesi - 56124 Pisa
phone: ++39 050 570995
e-mail: biblioteca@bfs.it  



   

venerdì 7 maggio 2010

Giorgio Marianetti: Caro Accio, ti racconto questa storiella del mi' nonno Leonido




                                                                  Torre campanaria


                                                                LE DUE CINTOLE

Caro Accio,... quando si parla di storie vecchianesi mi vengono sempre in mente storie divertenti, come quella che mi raccontò mio nonno Leonido, di quei due vecchi al bar repubblicano... uno per farsi pagare il corretto disse all'altro, si fa una scommessa chi ha la cintola più brutta paga il corretto. Va bene disse l'altro. Al che il primo disse: guarda cio' un cordino; e l'altro rispose: allora hai perso perche' io ciò una vetta.

                                                                            Giorgio Marianetti


Vetta: Rametto d'albero facilmente piegabile.